Abolizione voucher: una surreale pantomima

un mimo

In Italia il presidente del consiglio è addirittura più realista del re. La decisione del governo Gentiloni di mandare al macero pile di voucher lavoro al fine di evitate il referendum promosso dalla Cgil e fissato al 28 maggio (e ora de facto abolito) risponderà pure a logiche di realpolitik, ma soprattutto testimonia l’assoluta repulsione del Paese al rinnovamento o a qualsivoglia riforma che vada a intaccare, anche solo potenzialmente, la più piccola e inefficiente rendita di posizione incrostata nel sistema economico e politico nazionale.

Nonostante la bonomia d’aspetto e d’atteggiamento, il presidente del consiglio è evidentemente persona dotata di inossidabile e frigido senso pratico. La recente esperienza del governo Renzi, peraltro, ha insegnato una cosa: meglio non cincischiare troppo con i referendum, mettendo il proprio destino politico nelle mani di un elettorato esasperato, e anche pigro e indifferente, poco propenso a fare un minimo sforzo per informarsi e crearsi un’opinione, quando ne viene offerta una già pronta all’uso, ben confezionata e impacchettata da chi bercia di più.

Breve storia dei voucher

I voucher lavoro furono introdotti nel 2003 dall’allora ministro del Lavoro Roberto Maroni con la legge Biagi, allo scopo di semplificare l’ingaggio per lavori saltuari, una tantum, stagionali e comunque non continuativi, garantendo ad aziende e lavoratori la possibilità di fare le cose in regola, fissando un compenso minimo, e anche un minimo di copertura contributiva, senza legarsi le mani oltre il tempo necessario. Come sottolineato dal professore e senatore Pd Pietro Ichino su lavoce.info, dalla loro effettiva introduzione nel 2008 sino al 2016 il loro utilizzo è cresciuto in modo costante e rapido, passando da mezzo milione circa di voucher staccati nel 2008 a 134 milioni dello scorso anno.

Questo è bastato alla Cgil per denunciare l’abnorme crescita dell’utilizzo di questa forma di lavoro. Da lì alla denuncia dello sfruttamento dei lavoratori è un attimo, ovviamente. Ciò che la Cgil si è ben guardata dal dire, e che il governo si è prontamente scansato dal verificare, è il peso dei voucher sul lavoro totale. Nel 2016 il lavoro svolto complessivamente in Italia è stato un poco meno di 43 miliardi di ore. I voucher hanno rappresentato lo 0,3% malcontato di tutte le ore lavoro prestate lo scorso anno. “Nessuno può sostenere ragionevolmente che questo zerovirgola di lavoro accessorio costituisca l’evidenza di una sua diffusione abnorme, cioè del fatto che abbia sostituito una quantità rilevante di lavoro che altrimenti si sarebbe svolto nella forma ordinaria”, scrive Ichino.

Anche la retorica dei poveri giovani sfruttati è in realtà un po’ stiracchiata: una percentuale più vicina al 70 che al 60% dei voucher acquistati dalle imprese sono stati utilizzati per pagare cassintegrati e pensionati. Ma non si preoccupino i sedicenti paladini delle nuove generazioni, che sono poi gli stessi che non vedono altra soluzione alla crisi se non quella di ingessare gli inefficienti rapporti economici esistenti, caricando le generazioni future di ulteriore debito, pur di mantenere i privilegi in essere. Il prossimo terreno di scontro sarà quasi certamente quello dell’alternanza scuola lavoro. La gran cassa dei media contro lo sfruttamento dei giovani virgulti sta già battendo la cadenza; la prossima vittoria si avvicina, così come il disastro del Paese.

Infine, in materia di appalti di opere e servizi, il decreto con cui sono stati aboliti i buoni lavoro intende ripristinare integralmente la responsabilità solidale del committente con l’appaltatore nonché con ciascuno degli eventuali subappaltatori, per garantire una miglior tutela in favore dei lavoratori impiegati. Una scelta che, secondo gli operatori, riporta indietro il sistema a inizio anni 2000, mettendo in crisi il settore degli appalti.

Nessun Commento